Attitudine al lavoro di squadra: è sempre così importante?

Perché è importante che un dipendente faccia lavoro di squadra? E invece un solista in grado di scuotere il gruppo è sempre dannoso per l'azienda?

Sempre più spesso capita di leggere nelle offerte di lavoro o di sentirsi chiedere nel corso di un colloquio se si possiede attitudine al lavoro di squadra: se quindi si è disposti ad anteporre il successo del gruppo alle proprie ambizioni personali o, per dirla all’inglese, se si è un team player. L’impressione finale è quella che si tratti di una caratteristica personale da dover possedere per forza, che avere spirito di squadra sia una cosa positiva a prescindere e non averne sia da bollare senza dubbio come qualcosa di negativo. E che quindi alla fine si sia praticamente obbligati a dover rispondere: sì, ho spirito di squadra e sì, sono un team player.


I recruiter cercano chi sa fare lavoro di squadra

Come sempre la verità sta nel mezzo e alla fine si tratta più che altro di stabilire la maggiore o minore propensione di ognuno a sentirsi a proprio agio con il team, fermo restando che nessun recruiter penserebbe mai di assumere “un asociale” ma che neppure è auspicabile di “appiattire” la personalità del singolo in nome dell’uguaglianza e della coesione del gruppo.

Ma perché ogni azienda cerca collaboratori con spirito di squadra? Perché si presume che chi ha attitudine al lavoro di squadra metta il gruppo davanti a tutto e prima di ogni altra cosa. Chi ha spirito di squadra è allineato, è collaborativo, cooperativo. È affidabile e presente. In una sola parola, è un piacere lavorare al suo fianco e interagire con lui.

Lo svantaggio di un lavoro portato avanti in gruppo è il pericolo di creare un “pensiero collettivo” che appiattisce le individualità, in nome di un’armonia e un’uguaglianza da preservare a tutti i costi.  Tutti coloro che sono abituati a collaborare fianco a fianco potrebbero arrivare addirittura al punto di non lavorare più per “il prodotto finale” ma per aiutare il collega. E invece a volte c’è bisogno di qualcuno che scuota il gruppo.

Non un leader né un manager. Parliamo comunque di un “pari” all’interno del team ma di un solista. Come il cantautore che esegue l’assolo accompagnato dagli altri componenti del gruppo o il ballerino principale che comunque non potrebbe fare a meno degli altri per la sua coreografia, allo stesso modo il solista nel team di lavoro è un lavoratore prezioso e di gran valore ma che preferisce controllare da solo i propri progetti. È indipendente, accetta le sfide più insidiose, si espone di più al rischio e alle critiche ma è più creativo e raggiunge risultati insperati, trova soluzioni alternative e nuove prospettive aprendo la strada alle performance dei colleghi.

Ma i dipendenti amano lo spirito di gruppo?

Per quanto rimanga una delle soft skills più richieste dalle aziende, sembra che i dipendenti non amino molto il lavoro di squadra. Stando alla ricerca condotta sul tema dall’Università di Phoenix negli Stati Uniti su mille dipendenti over 18, ben il 75% del campione ha affermato di preferire il lavoro in autonomia e di poter portare avanti un progetto da solo. Questo nella maggior parte dei casi viene giustificato dai partecipanti con il fatto che, a prescindere dalla bravura del project manager, in ogni caso si finisce inevitabilmente per avere diverbi e squilibri.

Alcuni lavoratori però, pur non riuscendo a lavorare bene in grandi gruppi numerosi, ammettono di dare il meglio lavorando in coppia. Si tratta di solito di persone non molto sicure di se stesse ed introverse che ad esempio non riuscirebbero mai a far emergere la propria voce nel corso di un meeting, perché sopraffatti dalla timidezza o intimoriti da colleghi più spigliati e loquaci. E invece sviluppano tutto il proprio potenziale quando “fanno squadra” con un’altra persona per lavorare su un progetto. A tutto vantaggio dell’azienda che si garantisce così una formula vincente data dall’unione di abilità complementari che si compensano e stimolano a vicenda.

Il lavoro di squadra dunque  è di certo da privilegiare se tutti remano in armonia nella stessa direzione ma se anche uno solo dei collaboratori porta avanti un gioco diverso o teso addirittura a sabotare l’operato altrui, allora non solo diventa fonte di tensioni e stress ma necessita di un intervento risolutivo e deciso per non rischiare di intaccare l’organizzazione e la produttività stessa dell’azienda.

 



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