Articolo 18 e reintegro: cerchiamo di capirci qualcosa

A che punto siamo con l'abolizione (o meno) dell'articolo 18? Quali i vantaggi e quali gli svantaggi? Il punto di Francesco Giubileo.

articolo-18-francesco-giubileoLo abbiamo intervistato più volte. Sociologo, ricercatore, autore per varie testate e riviste di settore, tra cui la Nuvola del Corriere, LaVoce.info e Linkiesta, poco dopo la nostra ultima intervista è stato chiamato in causa anche dal Sole 24 Ore. Ormai una presenza fissa su Bianco Lavoro Magazine, Francesco Giubileo, gentilmente oggi ci spiegherà a che punto siamo con sto benedetto Articolo 18, con il nodo del reintegro post licenziamento e, crepi l’avarizia, anche con la riforma dello Statuto dei lavoratori, vero Giubileo? (ride..)


Articolo 18 e reintegro. Facciamo il punto

Partiamo dalla fine: perché bisogna riformare lo Statuto dei lavoratori ?
La modifica nasce da una semplice esigenza, permettere al datore di lavoro di conoscere con precisione quanto costa licenziare un lavoratore, detto così può sembrare “brutale”, ma in sintesi è il cuore del dibattito. Visti i tempi…

Va bene, ma… anche in Gemania è previsto il reintegro, eppure la loro economia va benissimo
Vero, anche se devono esserci dei precisi presupposti, e si tratta di una possibilità a totale discrezione del giudice, che comunque riguarda casi decisamente molto rari. Inoltre, e qui nasce il problema, credere che l’economia ristagni perché c’è o meno l’Articolo 18 è veramente assurdo. Su quali basi sia stata creata una simile ipotesi me lo devono ancora spiegare! La richiesta di eliminare il reintegro proviene anche dalla comunità internazionale per omologare la normativa italiana a quella di altri paesi. Non bisogna vederla in termini di flessibilità in uscita, più che altro è necessario che la norma sia semplice e chiara.

Quindi la riforma non nasce per motivi economici, ma per semplificazione della regolamentazione?
Non solo, nasce anche per una sorta di equa distribuzione dei diritti tra lavoratori. La questione più ingiusta è il dualismo tra i tutelati e quelli che di tutele non ne hanno, che in Italia si basa solo sull’anzianità di servizio, sull’età anagrafica e pochissimo, ma veramente poco sul merito. Piaccia o meno,  le occasioni di cui oggi i nostri giovani godono andando negli Stati Uniti nascono anche dal fatto che si tratta di un modello letteralmente “spietato”, dove la mobilità occupazionale è altissima, imparagonabile al nostro mercato del lavoro.

Il dualismo tra tutelati e quelli che di tutele non ne hanno è un punto che forse non tutti conoscono, ce lo spiega un po’ meglio?
Dalla riforma Treu in poi, si sono creati di fatto due tipi di lavoratori. Rimangono tutelati sotto tutti i profili i lavoratori standard con contratto a tempo indeterminato e dove per alcune tipologie di licenziamento è previsto ancora il reintegro, mentre per gli altri è iniziato un vero “calvario”, fatto di costanti cambi lavorativi e continui periodi disoccupazione. Guardi, in Spagna, c’è gente che vive così da più di vent’anni! Per evitare questa situazione, all’inizio degli anni 2000, Marco Biagi aveva proposto di sperimentare un contratto a tempo indeterminato dove il reintegro non era previsto e proprio questa sua proposta, oltre all’ingresso nel mercato dell’intermediazione delle agenzie private, ha portato le Brigate Rosse ad ucciderlo.

Insomma, tornando a prima, vediamo se ho capito. I giovani italiani hanno più speranze di cavarsela in Usa perché il modello è molto più crudele che da noi e perché non esiste qualcosa di nemmeno lontanamente simile all’Articolo 18?
Fosse così facile, oltre ovviamente ai nuovi modelli di trivellazione del petrolio, le chiavi del successo americano le spiega benissimo Enrico Moretti ne “La nuova geografia del lavoro”o almeno ritengo sia una delle migliori interpretazioni dell’attuale economia mondiale. Il modello di successo americano è concentrato in alcuni precisi hub metropolitani dell’innovazione, che concentrano intorno a loro il miglior capitale umano (cioè le persone competenti e preparate) oggi a disposizione sulla faccia della Terra (tra cui decine di migliaia di ricercatori italiani). Questa è la chiave di successo e per queste persone non ha importanza la tutela, ma quanto vale per il mercato la loro competenza. Un modello del genere è ovviamente “crudele” dal punto di vista dei valori etici e morali che sono alla base dello Statuto dei lavoratori scritto da Gino Giugni nel 1970, anche lui gambizzato delle Brigate rosse nel 1983, ma oggi quello Statuto è in grado di comprendere gli attuali rapporti di lavoro? A mio giudizio, no.

Quindi, anche qui in Italia, i licenziamenti facili (senza reintegro) potrebbero portare maggiori possibilità ai giovani? Non si rischiano però conseguenze in termini di tutele e sicurezza del lavoro?
Sulle opportunità dei giovani, ritengo che effettivamente possano esserci maggiori chance con contratti a tempo indeterminato, ma attenzione, non avremmo un vero incremento dell’occupazione, la cosa andrebbe vista piuttosto come una riduzione dell’effetto ciclico (sostituzione delle proroghe dei contratti a tempo determinato con contratti indeterminati). A questo aggiungo che ogni datore di lavoro valuterà in termini di costi e benefici quanto conviene tenere un lavoratore anziano in azienda e quanto conviene sostituirlo con un giovane. Questa non è ingiustizia, è la normale regola del mercato. In altre parole, l’anzianità retributiva rischia letteralmente di scomparire in cambio di altri modelli remunerativi, si spera più meritocratici che dipenderanno direttamente dalla produttività dell’azienda stessa. Per quanto riguarda la seconda domanda, dichiarare che l’abolizione dell’articolo 18 incide sulla sicurezza del lavoro è ridicolo. Per fare un esempio si veda all’Ilva di Taranto quanto è servita questa tutela, sulla sicurezza del lavoro vale molto di più obbligare i datori ad apposite polizze, dove probabilmente nessuna assicurazione si farerbbe carico di garantire un’azienda che non rispetti le norme.

Senta, ma a quel punto i lavoratori “anziani” che fine farebbero?
Eh, questa è una bella domanda. La “macelleria sociale” degli Over 50’ rappresenta una criticità di tutti i paesi Ocse, tuttavia anche in questo caso è sbagliato valutarne il quadro come unico, ci saranno quelli che per il livello di esperienza e le competenze non avranno mai un problema di tutela, altri invece per i quali questa riforma peserà come un macigno, lo stesso che oggi pesa sui loro figli. Inoltre anche senza Jobs Act, in Italia sono tantissimi i lavoratori in crisi che hanno ritardato la disoccupazione grazie alla Cassa integrazione in deroga, ma tra poco i soldi per finanziare questa misura rischiano di non esserci più e cosa faranno? Il tema tuttavia riguarda più i programmi di ricollocamento e aggiornamento professionale piuttosto che quelli di tutela, che devo dire il Jobs Act riforma strutturalmente, è un peccato che non si parli di questo.



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