Aria condizionata in ufficio: è tarata su parametri maschili

Tra gli uomini e le donne c'è uno scarto termico di 4 gradi. Ecco perché in ufficio l'aria condizionata fa godere i maschietti e soffrire le femminucce

Gli uomini e le donne sono differenti e, se volete averne conferma, metteteli di fronte a un condizionatore. Preferibilmente in ufficio, dove la distanza “di genere” si fa ancora più evidente, con i “maschietti” gaudenti per le temperature simil-siberiane e le “femminucce” intirizzite dal freddo. Un gap termico che, da oggi, ha una spiegazione scientifica, resa nota da due studiosi olandesi.


In pratica, stando al contenuto di un articolo pubblicato dalla rivista Nature Climate Change (che si rifà allo studio dei due fisici), la temperatura dell’aria condizionata usata nei luoghi di lavoro si baserebbe su una formula matematica del 1960. Che prende in considerazione un insieme di fattori tra cui la temperatura e la velocità dell’aria, la pressione del vapore, l‘abbigliamento delle persone presenti nello spazio e il loro tasso metabolico al riposo.

E sarebbero proprio questi due ultimi parametri a fare la differenza perché – è la tesi sostenuta dagli olandesi – l’abbigliamento delle donne in ufficio, nei mesi più caldi dell’anno, differisce molto da quello dei colleghi e il loro tasso metabolico è significativamente più lento. In pratica: la formula matematica vigente sarebbe tarata sui ritmi di riscaldamento di un uomo di 40 anni circa che pesa mediamente 70 Kg. E non terrebbe in alcuna considerazione tutta la forza lavoro femminile che è solitamente più esile, ha più grasso corporeo (e meno muscoli) e, dunque, si riscalda meno velocemente.

Per essere scientifici, è stato calcolato che lo scarto termico tra un uomo e una donna si attesta intorno ai 4 gradi centigradi. Tanto che, se la temperatura ideale per un uomo in ufficio è di 21°, quella di una donna sale fino ai 24°. E non si pensi – come si è fatto per un lungo periodo – che le temperature fredde migliorino i ritmi di produttività nei luoghi di lavoro. Anzi: stando a una ricerca (non proprio recentissima) della Cornell University, se il termostato dell’ufficio viene spostato dai 20 ai 25 gradi, la produttività aumenta del 150% e gli errori di battitura diminuiscono del 44%.

Senza trascurare l’effetto climatico, su cui lo studio ha giustamente marcato l’accento. “In molti edifici – ha osservato uno dei due autori – il consumo di energia è molto più alto perché lo standard è calibrato sulla produzione di calore del corpo degli uomini”. “Se avessimo una visione più accurata della domanda termica delle persone presenti all’interno – ha continuato il biofisico – allora sarebbe possibile progettare l’edificio in modo che si sprechi molta meno energia e questo significa che le emissioni di biossido di carbonio sarebbero inferiori. Bisogna ridurre la discriminazione di genere in termini di ‘comfort termico’, anche perché – ha concluso lo studioso olandese – impostare le temperature su livelli leggermente più alti potrebbe contribuire a combattere il riscaldamento globale“. 



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