Aprire Partita Iva 2020 per ditta individuale ed autonomi

Come si apre la partita iva e quanto costa. Ditta individuale o autonomo? Regime ordinario o forfettario? Tutte le risposte

Per poter efficacemente realizzare la propria attività, lavoratori autonomi ed imprenditori hanno la necessità di aprire partita Iva e regolarizzare la propria posizione nei confronti del fisco e degli enti previdenziali. Se quindi hai interesse a metterti in proprio, ecco una bella e schematica guida sull’apertura della partita iva. Cerchiamo allora di capire quali siano le procedure per poter arrivare a tale scopo ultimo, e in che modo poter aprire una partita Iva in tempi rapidi e a costi contenuti.


Cos’è la partita IVA e chi deve aprirla

È importante anzitutto sapere che il termine IVA non è altro che l’acronimo di Imposta sul Valore Aggiunto. L’IVA è in buona sostanza una tassa, che si applica sul bene o il servizio che un venditore elargisce a un acquirente a seguito ovviamente di un pagamento. Almeno una volta nella vita avrete avuto nelle mani una fattura di un acquisto, e avrete notato che il prezzo totale del prodotto acquisito è la somma di due valori: il costo effettivo del bene (in gergo conosciuto anche con il termine “imponibile”) e l’IVA, appunto.

L’Imposta sul Valore Aggiunto è quindi una tassa che contribuisce a far crescere il prezzo dei prodotti in commercio (sulla maggioranza dei beni e dei servizi si applica il 22% di IVA). Al fine di poter applicare l’Imposta sul Valore Aggiunto sul bene o servizio venduto, il commerciante deve avere una propria Partita IVA. Da un punto di vista formale, la Partita IVA non è altro che un codice univoco di 11 cifre che identifica in maniera incontrovertibile l’utente (società o persona fisica) nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

Chi deve aprire partita iva e chi è esonerato

Tutti coloro che vendono un bene o un servizio sono obbligati ad aprire Partita IVA? Se si tratta di un’attività a tempo pieno e che viene svolta in maniera continuativa, la risposta è affermativa. Gli unici soggetti che sono esonerati dall’aprire una Partita IVA sono infatti coloro che possono dimostrare di svolgere in via del tutto occasionale la propria attività. Dato che il concetto di “occasionalità” è stato negli ultimi anni molto abusato, il legislatore ha stabilito due parametri su cui basarsi:

  • le prestazioni occasionali non devono superare i 5000 euro annui di ricavo;
  • la durata complessiva dell’attività non deve essere superiore ai 30 giorni.
aprire partita iva

Forniti i primi cenni in materia, adesso è fondamentale capire come aprire una partita IVA.

Come si apre la Partita IVA

La mera procedura di apertura IVA non è di per sé complessa, dato che si tratta solo di presentare un’apposita modulistica all’Agenzia delle Entrate. Quando l’utente decide di avviare la propria attività imprenditoriale, dovrà presentare entro 30 giorni dall’apertura della medesima apposita comunicazione all’Agenzia delle Entrate. Nello specifico, i modelli da presentare sono l’AA9/12 per i lavoratori autonomi e le imprese individuali, e l’AA7/10 per enti, associazioni, ecc. Possono avvalersi di questi moduli solo i soggetti che non sono obbligati all’iscrizione al Repertorio delle notizie Economiche ed Amministrative (conosciuto anche con l’acronimo di REA) o al Registro delle Imprese. Una volta compilati, i modelli possono essere presentati in varie modalità:

  • Recandosi presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate (in tal caso si dovrà produrre duplice copia);
  • Via raccomandata con ricevuta di ritorno, corredato di una copia fronte retro del documento d’identità del richiedente, da indirizzare sempre a un ufficio dell’Agenzia delle Entrate;
  • Via telematica

Se volete dare un’occhiata più da vicino, sul sito web dell’Agenzia delle Entrate sono scaricabili i moduli AA9/12 e AA7/10. Le persone giuridiche che invece sono obbligate all’iscrizione al Registro delle Imprese o al REA si dovranno avvalere, così come previsto dal decreto legge 7/2007, della Comunicazione Unica. Si tratta di una specifica comunicazione telematica, resa obbligatoria nel 2010, che semplifica la procedura. Nella Comunicazione Unica, infatti, sono inseriti tutti i dati di natura, previdenziale, assistenziale e fiscale. Assolti gli obblighi previsti dalla Comunicazione Unica, quindi, la Partita IVA può considerarsi aperta. È opportuno inoltre ricordare che se l’impresa si avvale di lavoratori dipendenti è anche obbligata ad aprire una posizione all’INPS per il versamento dei contributi e all’iscrizione all’INAIL per l’assicurazione obbligatoria. Quando si effettua la comunicazione all’Agenzia delle Entrate per l’apertura della Partita IVA occorre indicare il regime fiscale a cui si aderisce. Al momento nel nostro ordinamento sono previsti due specifici regimi: quello ordinario e quello forfettario. Vediamoli nel dettaglio.

Caratteristiche del regime ordinario

Il regime fiscale ordinario è quello standard, che non garantisce alcun tipo di agevolazione e che presenta quindi, una maggiore pressione nei confronti delle imprese. Tale regime è obbligatorio per specifiche persone giuridiche: oltre alle SRL, SPA, SRLS e le SAPA devono aderire a questa tipologia di imposizione fiscale tutte quei soggetti non fisici che hanno come principale obiettivo l’esercizio di attività commerciali (quindi anche associazioni, consorzi, cooperative, enti pubblici e privati).

Tuttavia la natura giuridica non è la sola discriminante per l’accesso a tale regime fiscale. Sono costretti ad aderire al regime ordinario anche quei soggetti i cui ricavi siano superiori a 400mila euro (se l’attività verte sulla prestazione di servizi) o maggiori di 700mila euro (in tutti gli altri casi). Alla luce di tali ricavi, finiscono nel calderone del regime ordinario anche le persone fisiche, le società di persone (SAS e SNC), enti con finalità non prevalentemente commerciali e così via. L’adesione obbligatoria al regime ordinario impone l’imposizione fiscale massima possibile, che viene differenza a seconda dei ricavi ottenuti su base annua. Nello specifico le aliquote IRPEF sono le seguenti:

  • 23% per i redditi fino a euro 15.000
  • 27% per i redditi da euro 15.000,00 a euro 28.000
  • 38% per i redditi da euro 28.000,00 a euro 55.000
  • 41% per i redditi da euro 55.000,00 a euro 75.000
  • 43% per i redditi oltre 75.000

Come se non bastasse, coloro che aderiscono (loro malgrado) al regime fiscale ordinario sono soggetti al pagamento di tutti i costi ordinari tipici delle imprese, come IRAP, IVA, Gestione Separata INPS o altra cassa professionale. Più avanti vedremo poi nel dettaglio tutti i costi a cui vanno incontro i lavoratori autonomi titolari di partita IVA.

Regime forfettario e suoi vantaggi

La Legge di Bilancio 2015 è passata alla storia come la norma che ha introdotto il regime forfettario, una nuova tipologia di imposizione fiscale che tende ad “allentare la presa” nei confronti delle piccole e medie imprese, oltre che delle startup. Possono aderire al regime forfettario tutte le imprese i cui ricavi non siano superiori ai 65mila euro annui. In questo regime fiscale le addizionali comunali, regionali e l’imposta sul reddito sono sostituite da un’unica tassa piatta, fissata al 15%. Inoltre, per le startup o tutte le nuove attività in generale tale aliquota, nei primi 5 anni di vita dell’impresa, viene abbassata addirittura al 5%.

Altro vantaggio per coloro che aderiscono al regime forfettario è che non sono obbligati ai versamenti dell’IVA. Per quel che riguarda i versamenti previdenziali, i soggetti iscritti alla Gestione Separata dell’INPS sono tenuti a versare i contributi con un’aliquota del 25,72%. Se il soggetto in questione è già titolare di pensione INPS, o se è iscritto ad altra cassa previdenziale, ha un’aliquota contributiva pari al 24%. A dispetto di quelle che siano le proprie idee in materia fiscale, è innegabile che l’arrivo del regime forfettario ha dato una spinta vitale alla nascita di nuove imprese in Italia. Il successo di questo regime è così grande che è già stata prevista l’introduzione di un nuovo scaglione: aliquota piatta del 20% per le imprese che hanno ricavi compresi fra i 65mila e i 100mila euro.

Chi è escluso dal regime forfettario

Come purtroppo capita in tutte le cose, anche l’introduzione del regime forfettario ha il suo “rovescio della medaglia”: i vantaggi oggettivi di questa nuova tipologia di imposizione fiscale hanno attirato tantissimi soggetti, compresi coloro che non avrebbero requisiti per aderirvi. Nel corso di questi anni sono emerse tantissime partita IVA “fasulle”, create ad hoc per distrarre dal fisco le tasse dovute in regime ordinario. Questi escamotage hanno costretto il Legislatore ha varare una serie di meccanismi di esclusione, al fine di scoraggiare i “furbetti di turno”.

Non possono quindi aderire al regime forfettario:

  • i non residenti in Italia (a eccezione di coloro che, oltre ad avere la residenza in uno stato dell’Unione Europea, producano almeno il 75% della propria attività in Italia);
  • i soggetti che hanno controlli diretti o indiretti su SRL e che al tempo stesso siano riconducibili a imprese che già beneficiano di questa agevolazione fiscale;
  • i partecipanti a società di persone o imprese familiari;
  • coloro che effettuano in maniera prevalente o esclusiva la cessione di terreni edificabili, mezzi di trasporto nuovi o fabbricati.

Cosa si intende per codice ATECO

Nei precedenti paragrafi ci siamo imbattuti, seppur di sfuggita, nel codice ATECO. Dal 1 gennaio 2008 l’Agenzia dell’Entrate, insieme all’ISTAT e alle Camere di Commercio ha stabilito una metodologia univoca per classificare le varie attività economiche che operano in Italia. Questa nuova classificazione ha fornito ogni impresa di una numerazione univoca, il codice ATECO, appunto (acronimo di ATtività ECOnomiche).

Il codice ATECO è una combinazione alfanumerica che permette la categorizzazione precisa di ogni singola attività imprenditoriale italiana, grazie a una classificazione “a cascata” che identifica ogni impresa partendo da una macro area fino ad arrivare alla sottocategoria specifica. Un codice ATECO è quindi così composto: Sezioni (1 lettera) Divisioni (2 cifre) Gruppi (3 cifre) Classi (4 cifre) Categorie (5 cifre) Sotto categorie (6 cifre) Le imprese che sono già attive e vogliono conoscere il proprio codice ATECO hanno due modi per recuperarlo: o leggendo il certificato di attribuzione della Partita IVA o effettuando una visura camerale ordinaria.

Importanza del codice ATECO nell’apertura della Partita IVA

Il codice ATECO, tuttavia, è molto di più di una mera categorizzazione. Rispetto all’argomento che stiamo trattando, il codice ATECO è indispensabile per poter aprire una Partita IVA. I soggetti che avviano una nuova attività la devono identificare attraverso il codice ATECO, al fine poi di comunicarlo all’Agenzia delle Entrate sui moduli AA9/12 e AA7/10. Il codice ATECO è inoltre fondamentale per classificare il livello di rischio dell’attività professionale avviata, in ottemperanza a quanto previsto dall’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (meglio noto come INAIL). A seconda della categoria di rischio che viene indicata dal codice ATECO (alta, media o bassa) l’INAIL stabilisce le misure di sicurezza da adottare sul luogo di lavoro, la formazione dei dipendenti sull’argomento e le campagne preventive da effettuare.

Esistono infine alcune imprese che possono avere più codici ATECO. Si tratta di quei lavorati autonomi o imprese che svolgono diverse attività economiche. In quel caso ci sarà una serie di codici ATECO secondari (uno per ogni azione economica svolta) ed uno solo primario, determinato dalla somma delle varie attività.

Differenze fra libero professionista e ditta individuale

Quello che abbiamo appena letto circa il codice ATECO ci fa capire come la classificazione di un soggetto per l’Agenzia delle Entrate sia condizionata dal tipo di attività imprenditoriale da avviare. Tale discorso è mutuabile anche per quel che riguarda le differenza fra ditta individuale e libero professionista: molte persone sono infatti divise su quale dei due ruoli sia fiscalmente più conveniente da ricoprire.

Ancor prima di capire se esiste o meno una differente convenienza, è importare sottolineare il fatto che non è assolutamente possibile scegliere se essere inquadrati in un modo o nell’altro. L’inquadramento è, come detto, condizionato dal tipo di attività che si va a intraprendere: in linea generale tuttavia, i commercianti e gli artigiani possono costituirsi come ditta individuale, mentre le professioni protette (avvocato, commercialista, notaio, ecc.) o altre libere professioni, sono quelle in cui ci si riconosce come liberi professionisti.

Quanto costa aprire una partita IVA

Quando abbiamo parlato dei regimi ordinario e forfettario nei precedenti paragrafi, indicando le varie aliquote fiscali, abbiamo già anticipato alcuni costi che deve sostenere chi apre una partita IVA. Tuttavia, per rendere l’elenco delle spese ancor più chiaro, è opportuno fare un breve riepilogo. Come abbiamo visto, i soggetti in regime forfettario non versano né IRPEF, né IRAP né la stessa IVA.

L’imposizione è limitata al 15% dei guadagni maturati, percentuale che scende al 5% per le nuove attività (nei primi cinque anni). Alle spese dobbiamo aggiungere anche il versamento dei contributi alla gestione separata INPS, con aliquota previdenziale del 25,72%. Al di là della percentuale, se anche volessimo considerare ricavi bassi, l’importo minimo di contributi da versare all’INPS è di 250 euro al mese.

L’apertura della Partita IVA è di per sé gratuita, ma se ci si avvale di un professionista per svolgere l’intero iter burocratico si spendono circa 150 euro. Infine, se la propria contabilità è tenuta da un commercialista, dobbiamo considerare anche una spesa annua media di 300 euro. I soggetti in regime ordinario, invece, oltre alle spese già viste, devono pagare anche IRAP, IRPEF e IVA. Dato che l’IVA, di solito al 22%, viene applicata sul prezzo finale del prodotto, questa imposta viene pagata dal consumatore più che dall’imprenditore.

L’IRAP si attesta sul 24% dei ricavi mentre l’IRPEF, riprendendo gli scaglioni elencati in un precedente paragrafo, a seconda degli introiti può attestarsi da un minimo del 23% fino a un massimo del 43%.

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Commenti

Wordpress (2)
  • […] Partiamo da un quesito spinoso: è meglio essere un lavoratore autonomo o un dipendente? Difficile a dirsi. I lavoratori autonomi hanno, per definizione, più margini di azione e possono dare corpo a progetti ambiziosi. Ma le cose non vanno sempre così e non vanno dappertutto allo stesso modo. Lo sa bene l’ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha recentemente condotto uno studio sui liberi professionisti italiani, scoprendo che i più ricchi vivono in Lombardia, mentre i più poveri risiedono in Calabria. A esasperare il gap tra Nord e Sud del Paese interviene, insomma, anche il reddito delle cosiddette partite Iva. […]

  • PATTINA 6 anni

    BUONGIORNO, IO PIù CHE LASCIARE UN COMMENTO VORREI INFORMAZIONI : AVREI INTENZIONE COME DONNA , DI APRIRE UNA PICCOLA IMPRESA DI PULIZIE DOVE L’UNICO DIPENDENTE SONO IO , EVENTUALMENTE ESSERE AFFIANCATA DA MIO MARITO, MA SOPRATUTTO A ME INTERESSANO LE SPESE , ISCRIZIONE, INPS , PERCENTUALE DI TASSE SUL GUADAGNO, E POI PER UNA DONNA OVER 50 CI SONO DELLE AGEVOLAZIONI METTENDOSI IMPROPRIO ? MI CONVIENE ?