Andare in pensione: dal 2016 serviranno quattro mesi in più

Dal 2016 in pensione a 66 anni e 7 mesi. Fino al 2050 andare in pensione presuporrà un'età sempre maggiore.

L’età pensionabile sale ancora, come previsto da un meccanismo datato 2010 e che lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Dal primo gennaio 2016 (e fino al 2018) saranno necessari 66 anni e 7 mesi per poter lasciare il lavoro e chiedere il dovuto assegno di vecchiaia (se raggiunto almeno il minimo stabilito di vent’anni di contributi). Tale limite si applica ai lavoratori maschi dipendenti e autonomi e alle dipendenti pubbliche. La novità è contenuta in una recente circolare dell’Inps, con la quale si evidenzia il recepimento di una norma emanata dal Ministero delle Finanze (Mef). Il funzionamento del sistema che, salvo modifiche, vedrà aumenti graduali dell’età pensionabile fino al 2050, lega appunto le pensioni all’aspettativa di vita. Più questa si allunga, più tardi si andrà in pensione.


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Pensioni e Riforma Fornero

Dal 2019 l’incremento dell’età pensionabile, così come stabilito dalla Riforma Fornero, sarà più veloce. Se infatti il Governo Berlusconi nel 2010 aveva indicato per gli aumenti dell’età una cadenza triennale, il Governo Monti, con la Riforma Fornero ha modificato tale cadenza, portandola a due anni.

Andare in pensione: i contributi necessari

Resta ovviamente la possibilità di andare in pensione anche prima dell’età stabilità per legge, ma per farlo sarà necessario aver versato nelle casse dello Stato 42 anni e 10 mesi di contributi (attualmente “bastano” 42 e 6 mesi) per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Un’altra novità introdotta dalla Riforma Fornero è quella relativa al taglio del 4% dell’assegno per chi decidesse di andare in pensione prima dei 62 anni, anche avendo raggiunto la suddetta entità di contributi versati,. Tale norma è però attualmente sospesa,per ora fino alla fine del 2017.

Pensioni e riflessioni

Va detto che il sistema che lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita è teoricamente il migliore dal punto di vista della sostenibilità economica. Una salute più solida anche in età, per così dire, avanzata, permette indubbiamente una più lunga permanenza sul posto di lavoro (che infatti è possibile chiedere).Viene di conseguenza a mancare la necessità di pagare assegni di vecchiaia a chi, vecchio, di fatto ancora non lo è. Va però sottolineato che un sistema di questo tipo si basa su una sostanziale non interruzione o quasi del versamento dei contributi per tutta la potenziale vita lavorativa. Ciò presuppone la necessità di non restare disoccupati per periodi di tempo medio-lunghi , cosa non certo facile al giorno d’oggi, con un mercato da anni in crisi e in costante trasformazione sia dalla parte della domanda che da quella dell’offerta, nonché relativamente alle norme contrattuali che lo regolano.




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