Andare avanti nonostante tutto…

Introduzione delle redazione Bianco Lavoro – Abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo il racconto di una ragazza di 35 anni che ha lottato per emergere nonostante numerose problematiche, anche di salute… A volte parlare in maniera fredda e generica di problemi così delicati non da l’idea delle situazioni. Così come studiare leggi a favore del collocamento mirato in maniera esclusivamente giuslavoristica non fa toccare con mano la realtà dei fatti. Raccontare di tanto in tanto le situazioni attraverso casi concreti ed esperienze personali invece… noi di Bianco Lavoro vogliamo fare anche questo. Buona lettura ed un grosso grazie ed in bocca al lupo all’autrice: Angela Fragapane


La coscienza della persona, la voglia di riscattarsi.

Il lavoro è parte integrante della nostra società, e soprattutto negli ultimi anni per la donna ha significato aiutare il compagno nella vita familiare e anche dignità e indipendenza economica.

Ma le cose stanno veramente così?

Io parlo per la mia esperienza personale, ho lavorato per 15 anni in una azienda chimica come impiegata, sono stata assunta il 27/03/1995 tramite il collocamento mirato in quanto sono purtroppo per me un po’ malata e quindi rientro nella categoria “invalida”

Anche se io invalida non mi sono mai sentita, ho 2 occhi, 2 braccia 2 gambe come tutti al massimo non sono carina come tante ragazze, ma neanche una cozza come si vuol chiamare chi non è molto bello.

Per una donna che deve dimostrare di essere come le altre pur avendo delle difficoltà date da una malattia cronica è molto pesante, chi è sana non deve affannarsi a fare come gli altri se non di più, ma chi è malato che si sente da una vita colpevole (che poi non abbiamo colpa) si affanna (come ho fatto io i primi anni di lavoro) e cerca di rendere come le ragazze sane, ma qualsiasi cosa si faccia non si viene mai giudicati per il lavoro svolto, ma solo per le assenze forzate a causa della malattia!!

Vai a spiegare dopo esserti fatta una bella flebo, come ti senti e che devi far finta che tutto va bene, che ti stai concentrando sul lavoro, anche se dentro di te hai l’amarezza e la malinconia che viene a chi ovviamente soffre per motivi di salute.

Ora io non voglio assolutamente lamentarmi, anzi meglio che abbia fatto la gavetta come tutte, (o quasi) anche questo aiuta a crescere e a maturare e non essere sempre compatiti, però poi quando ti sforzi di lavorare come gli altri ti si richiede sempre di più, e quello che non è giusto e che colleghi o colleghe si approfittino della situazione scaricandoti anche altri loro lavori.

E’ molto umiliante essere usata per fare archivio 8 ore con le gambe che ti fanno male o 8 ore su una fotocopia a fare fotocopie solo perché “sei invalida è il tuo lavoro” e poi scoprire che avendo anche altre capacità pretendono la stessa resa di una impiegata normale, cioè veloce col computer e attitudine alle telefonate.

Il mio lavoro tutto sommato dopo i primi anni ha cominciato a piacermi, e in fondo con i colleghi maschi sono sempre andata d’accordo, anzi hanno per primi accettato la mia situazione e mi hanno confermato la loro stima e fiducia tanto che nel magazzino ero diventata abbastanza brava; l’unica cosa è la mia malattia che mi inchioda ai pregiudizi delle persone e a un muro a volte alto 2 o 3 metri.

Come già detto io non volevo essere compatita ma solo capita, i primi anni anche la figlia del titolare sembrava venirmi abbastanza incontro, anche perché io ho sempre cercato di fare bene il mio lavoro nonostante le assenze e quando potevo sono sempre rimasta a fare anche gli straordinari.

E cosa è cambiato allora? Nel 2002 ho avuto la gioia di avere un bambino, ma come sappiamo le mamme che lavorano sono sempre ostacolate dai dirigenti perché alla prima malattia del figlio, la lavoratrice è costretta a rimanere a casa.

Io non ho avuto nonni che me lo badavano tutto il giorno, ho messo mio figlio all’asilo nido a 6 mesi per tornare a lavorare e poi tutte le volte che mio figlio si ammalava, o io o mio marito dovevamo stare a casa, qualche volta è potuta venire mia suocera da Ferrara (io sono di Bologna e abito a Bologna) e stava con noi giorni interi, ma la maggior parte delle malattie di mio figlio le ho vissute io, e ovviamente questo ha comportato molte assenze che non sono mai state gradite.

Negli ultimi anni le cose purtroppo sono degenerate, stare a casa per badare il figlio malato era quasi come mettersi contro ai dirigenti, in più io con i miei problemi di salute, spesso anche io all’ospedale, ho innescato nella dirigenza l’idea che non servissi poi a tanto e che quindi essendo invalida e mi toccava magari una pensioncina, hanno cominciato (d’accordo con certe colleghe mi sa) a trattarmi come fossi davvero solo un peso senza vedere più che però ero anche una risorsa.

Essere donna nel 2010 ed essere discriminata nel lavoro due volte, per essere mamma, e per essere malata, questo è un paese giusto?

E se capitasse a voi quello che è successo a me?

Gli ultimi 3 anni per me sono stati brutti, sia per la salute che per il clima pesante che si respirava attorno a me, certe invidie e cattiverie avrebbero potuto risparmiarle, ma mi sento dire da tutti che in qualsiasi posto di lavoro è così, e allora se non ci vogliono da nessuna parte perché siamo un peso solo per una malattia cronica (che comunque non è gravissima, io ho sempre vissuto come tutte le ragazze giovani della mia età, sono uguale a loro in tutto e per tutto!) allora anziché farci assumere obbligatoriamente dalle aziende che poi non ci vogliono e ci umiliano per mandarci via, perché non creano cooperative o altro che diano la possibilità di aiutare gli altri e magari di guadagnare qualcosa, o di fare informazione o anche se danno la pensione (perché ovviamente c’è chi non riesce a lavorare 8 ore ma solo 4 o anche niente a seconda della patologia) non possono dare una pensione almeno più dignitosa? La pensione di invalidità è 460 euro al mese, paghi l’affitto ma non mangi per un mese!

Se si deve parlare di integrazione al lavoro delle donne, e anche delle donne malate, allora che siano fatti corsi di umanità a tutti i dipendenti,e che si chiarisca quando si può chiedere un po’ di più, a quando c’è lo sfruttamento o l’abuso solo perché non sempre la donna malata ha la possibilità di difendersi, togliendo anche la dignità alla persona.

Io infatti ho deciso di licenziarmi, non ce l’ho fatta a stare sotto un sistema che schiaccia il debole a vantaggio del prepotente, peggio ancora quando sono donne che si alleano con altre donne per farne fuori una!

Da me è successo già più di una volta, l’ultima sono stata io, non ho retto la pressione del lavoro, ora sono disoccupata, in attesa che mio padre migliori (intanto mi sono dedicata a mio figlio di 8 anni e mio padre disabile sulla sedia rotelle grazie ad un ictus arrivato all’inizio dell’anno) spero di trovare un altro posto di lavoro, sperando di non ripetere l’esperienza di questi ultimi 3 anni.

Purtroppo secondo me c’è ancora tanto da fare perché la donna non sia discriminata sul lavoro, a volte è colpa di uomini cinici che magari molestano le segretarie ( a me non è mai successo, anzi i miei colleghi sono persone per bene) a volte è colpa delle stesse donne (quelle magari carine) che si mercificano pur di agevolare la carriera.

Ma tra questi due casi, c’è purtroppo il caso mio, come di tante altre donne discriminate perché madri, e perché malate, costrette a far i salti mortali tra curare il figlio e curare se stesse.

Se ho avuto la possibilità da Gesù Cristo di diventare madre nonostante i miei problemi di salute, posso solo ringraziare e gioire tutti i giorni di ciò, anche sopportare la malattia diventa più leggero quando realizzi il tuo sogno di avere una famiglia come la maggior parte delle donne sane.

Anche se qualcuno ha giudicato male la mia scelta di diventare madre, io sono felice e in pace con me stessa, però mi hanno tolto la dignità di donna lavoratrice, certe pressioni in certe situazione della propria vita, si fa fatica ad accettarle, e purtroppo ci si arrende.

Ero una battagliera, ero una che non si fermava mai, ora invece mi è rimasto tutto questo tempo vuoto a pensare, che avrei ancora da dare, non mi sento così inutile solo perché meno fortunata di salute, eppure vengo giudicata dall’aspetto estetico e dai pregiudizi, senza neanche prima essere valutata se posso rendere al lavoro oppure no.

Sono rimasta con i sogni chiusi nel cassetto, ma non mi arrendo, le difficoltà le ho sempre avute e grazie a Dio le ho sempre superate, cercherò ancora un lavoro per ridare dignità a me, donna, felice di essere mamma, ormai cosciente di essere donna con meno salute ma con uguale diritto o opportunità delle donne sane.

Angela Fragapane

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