Alternanza scuola-lavoro: i casi che fanno discutere

In Lombardia si pensa di far svolgere gli stage in parrocchia, mentre a Genova i professori vengono mandati a scuola da Confindustria

Per evitare che gli studenti di oggi finiscano fatalmente per ingrossare la schiera dei disoccupati di domani, l’ultima riforma della scuola ha deciso di istituzionalizzare l’alternanza scuola-lavoro. Ovvero di avviare percorsi destinati ad avvicinare gli allievi degli ultimi anni di scuola superiore al mondo dell’occupazione. Come? Facendoli uscire dalle classi e portandoli nelle aziende o negli enti che, un domani, potrebbero dare loro lavoro. Il progetto, chiaro sulla carta, deve però fare i conti con tutta una serie di difficoltà che si sono già palesate, in questi primi mesi di progettazione. Spingendo i più disillusi a vaticinare che l’alternanza non riuscirà mai a decollare come si deve nel Bel Paese.


Partiamo subito col dire che, ancora una volta, le cose vanno peggio al Sud. Le aziende presenti nel Meridione, che sono notoriamente di meno di quelle operanti nel Nord, faticano infatti più delle seconde a dare la loro disponibilità all’accoglienza degli studenti. Di contro, le industrie del Settentrione sembrano essere più che interessate agli stage degli alunni, che possono confidare, a conclusione del loro percorso scolastico, nella possibilità di essere assunti. Ma se le cose potrebbero mettersi bene per gli studenti degli istituti tecnici del Nord, ben altro quadro sembra invece delinearsi per gli alunni dei licei di tutta Italia. Perché? Perché gli enti e le istituzioni che dovrebbero ospitarli (musei, biblioteche, gallerie d’arte ecc…) non sembrano affatto pronti a farlo, non avendo, al loro interno, figure in grado di occuparsi dell’inserimento e della trasmissione del know-how ai giovani stagisti.

In questa situazione di grande incertezza, a far discutere sono stati due casi. Il primo riguarda l’Ufficio scolastico regionale della Lombardia che ha proposto di far svolgere i percorsi di alternanza scuola-lavoro presso alcune diocesi del territorio, che si sono dette disposte a far entrare gli alunni nei loro archivi, nei loro musei o nelle loro biblioteche. O di coinvolgerli in attività di volontariato di vario tipo. “Ci sembra palese che l’Ufficio scolastico regionale lombardo non abbia chiaro cosa sia l’alternanza scuola-lavoro e la sua differenza con il legittimo volontariato personale – ha commentato il portavoce della Rete degli Studenti Medi, Alberto Irone – Chiediamo l’immediata marcia indietro su questa proposta, per garantire libertà di scelta e laicità della scuola pubblica”.

L’ultima polemica arriva, invece, da Genova dove i professori del liceo Pertini sono stati invitati a partecipare, in largo numero, agli stage organizzati dalla Confindustria. “Ecco come va a finire la scuola pubblica – ha commentato il responsabile Cogede (Coordinamento genitori democratici) Liguria, Matteo Viviano – va a lezione da Confindustria”.  “A dover organizzare gli stage in azienda – ha aggiunto – non deve certo essere Confindustria, ma il dirigente che deve selezionare una serie di aziende con cui siglare convenzioni su determinati progetti e poi cominciare a inviare i ragazzi”. “La situazione è sempre più grave – ha tagliato corto Viviano – Non solo i docenti non possono più contare sulle proprie ore di didattica frontale, scippate dal tempo che i ragazzi passeranno in stage, ma pure vengono spediti a formarsi, anziché aggiornarsi sulle proprie competenze, direttamente da Confindustria“.

 



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