Aboliti gli stage gratuti: pro e contro

Tra le tante novità della riforma del lavoro, vi è anche una innovazione che risulterà molto gradita agli stagisti che desiderano poter godere di maggiori tutele della propria posizione formativa e professionale: chi utilizzerà infatti gli stage a titolo gratuito in maniera non idonea, subirà l’applicazione di una sanzione monetaria compresa tra un minimo di 1.000 euro e un massimo di 6.000 euro. Ma non è finita qui.


A preannunciare la possibile abolizione degli stage gratuiti era stata il ministro del Lavoro Elsa Fornero qualche settimana fa. All’epoca, il ministro aveva dichiarato che non sarebbe più stato possibile attivare stage dopo il periodo di formazione (principalmente, quello per conseguire la laurea, un dottorato, un master universitario). Ne conseguiva che gli stage sarebbero stati consentiti – almeno in forma gratuita – fino alla laurea. Successivamente al conseguimento del titolo, se un un’azienda volesse assumere un giovane, questa dovrà farlo utilizzando altre forme contrattuali estranee allo stage gratuito.

Ma quali le conseguenze di questo provvedimento? A guardare il bicchiere mezzo pieno, sembrerebbe proprio che la “morte” degli stage gratuiti possa corrispondere a una positiva evoluzione dei rapporti dei più giovani stagisti e delle aziende, con sparizione di uno dei principali meccanismi di sfruttamento, tanto diffuso nel recente passato, e non. C’è tuttavia chi preferisce guardare il bicchiere mezzo vuoto, ricordando che con l’eliminazione degli stage aziendali gratuiti i giovani laureati non potranno più essere inseriti in azienda con funzioni operative e, di conseguenza, non potranno più utilizzare tale strumento come veicolo per potersi inserire in maniera più stabile all’interno dell’organigramma delle varie compagini nelle quali hanno svolto periodi di collaborazione, anche senza retribuzione.

Ma allora, quali saranno le alternative per i giovani laureati, visto e considerato che lo stage non potrà più essere scelto? La riforma del lavoro punta infatti sostanzialmente a cancellerare il contratto di inserimento, nel ribadito auspicio di poter privilegare il contratto di apprendistato come canale principale e favorito per l’ingresso di un giovane nel mondo del lavoro. Il rischio è tuttavia che si vada a decentrare i percorsi di inserimento precedentemente inclusi sotto altre differenti forme di contratto “non” a tempo indeterminato.

I contratti a termine verranno infatti aggravati dalla presenza di una maggiorazione nell’aliquota contributiva pari a 1,4 punti percentuali, che servirà a finanziare – in parte – la nuova indennità di disoccupazione (Aspi). È pur vero che il governo ha voluto bilanciare questo maggior onere per le imprese liberando le stesse dall’obbligo dell’indicazione del motivo causale. È altrettanto vero che, però, questa liberazione dal vincolo della causale vale solo per il primo contratto, e che – tutto sommato – per le italiche pretese è ben poca cosa (ben più difficile è invece “aggirare” i costi contributivi, o passar sopra l’intervallo di 60 e 90 giorni da un contratto a termine e l’altro).

Anche i contratti a progetto rischiano di divenire significativamente meno convenienti. Le collaborazioni saranno circoscritte a progetti ben più specifici, e non potranno essere relegati a mansioni di natura ripetitiva. Pure in questa ipotesi, i costi contributivi rischiano di salire in maniera vertiginosa, con un’impennata di un punto percentuale l’anno, fino a raggiungere il 33% previsto per il lavoro dipendente. Per non parlare, infine, delle false “partite IVA”. Il governo ha scelto di combattere il fenomeno dei falsi liberi professionisti attraverso la fissazione di alcuni requisiti stringenti (quantitativi, e non solo) che dovrebbero smascherare quelle aziende che utilizzano collaboratori formali, ma dipendenti sostanziali.



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