Abogados in Italia, via libera dalla Corte Europea

Anche gli “abogados” italiani potranno svolgere le attività di avvocato in Italia o in altri Stati membri, a patto che facciano utilizzo del proprio titolo professionale acquisito, il quale dovrà essere indicato nella lingua ufficiale dello Stato membro.  La Corte Ue si è infatti recentemente espressa in tal modo sulla materia.  Con qualche minoritario distinguo, pertanto, la Corte di giustizia europea ha fornito l’atteso via libera alla possibilità che coloro i quali hanno acquisito il titolo di “abogado” in Spagna, possano effettivamente esercitare la professione anche da noi.


abogados

La Corte di giustizia europea si è infatti espressa su un tema lungamente discusso, quello degli avvocati stabiliti e che – secondo qualcuno (perdonateci l’estrema sintesi) – ha alla base il seguente ragionamento: in alcuni Paesi europei (come la Spagna), la strada per poter esercitare la professione è sostanzialmente facilitata rispetto a quanto avviene in Italia; ne consegue che molti laureati in giurisprudenza cercano (del tutto legittimamente) di ottenere l’abilitazione alla professione mediante l’ottenimento della qualifica professionale in altro Stato membro, e ottenere la “conversione” dell’abilitazione all’esercizio della professione nel Paese d’origine.

Ad ogni modo, procediamo con maggior ordine. A scaturire la controversia poi terminata nelle scrivanie della Corte Ue sono stati due giovani laureati in giurisprudenza che, avendo ottenuto la laurea e il titolo professionale in Spagna (diventati quindi “abogados”), avevano chiesto di potersi iscrivere alla sezione speciale dell’Albo degli avvocati di Macerata. Valutato il silenzio dell’Ordine locale, i due abogados si sono rivolti al CNF (Consiglio Nazionale Forense), il quale declinò tuttavia l’opportunità di iscrizione alla sezione speciale dell’Albo, sostenendo che il comportamento dei due laureati – citiamo il virgolettato di un recente approfondimento de Il Sole 24 Ore – “aveva il solo scopo di eludere la normativa italiana sull’accesso alla professione e costituisce pertanto un abuso del diritto di stabilimento.”

Il CNF ha dunque chiesto alla Corte di giustizia se le autorità competenti di uno Stato membro possano rifiutare – a motivo proprio dell’abuso del diritto – l’iscrizione nell’albo degli avvocati di quei cittadini che dopo aver conseguito una laurea nel proprio Paese scelgono poi di recarsi in altro Stato membro per acquisire in loco la qualifica professionale di avvocato, e tornare quindi nel Paese d’origine per esercitare la professione con il titolo professionale ottenuto nel secondo Stato.

La posizione della Corte sembra essere piuttosto chiara. L’istituto di giustizia europeo ricorda infatti come il mutuo riconoscimento dei titoli in un mercato unico permetta a un laureato di conseguire il titolo in uno Stato, ed esercitare la professione in un altro. Insomma, il fatto che il cittadino di uno Stato membro, in possesso di una laurea conseguita nel proprio Paese, si rechi in altro Stato membro per poter acquisire il titolo di avvocato ed esercitare quindi nel Paese d’origine la propria attività con il titolo professionale ottenuto altrove, non sarebbe nient’altro che la concretizzazione degli obiettivi della direttiva, senza che ciò costituisca abuso del diritto di stabilimento.

Unico limite? Gli abogados dovranno utilizzare il titolo conseguito nella lingua originale. Ovvero, i laureati in giurisprudenza (in Italia) che ottengono l’abilitazione di abogados in Spagna, e richiedono quindi in Italia l’iscrizione nella sezione speciale dell’Albo, dovranno stampare i loro biglietti da visita con la dicitura “abogado”, e non “avvocato”.



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