Attrarre i talenti: la ricetta da seguire

Quali sono i paesi maggiormente in grado di attrarre i talenti? E come fanno? Ce lo dice il Global Talent Competitiveness Index.

Presentato per la prima volta nel 2013, il Global Talent Competitiveness Index (GTCI) è un report annuale in cui viene stilata una classifica di paesi in base alla loro capacità di attrarre i talenti.  La ricerca è condotta da Insead, una business school internazionale, dall’Human Capital Leadership Institute di Singapore e da Adecco, società attiva nel settore delle risorse umane.


attrarre i talenti

image by ra2studio

Oggi – si legge nel comunicato stampa che accompagna il report – ci sono più di 200 milioni di persone senza lavoro e un lavoro su due è a rischio a causa dell’incremento dei sistemi di automazione. Insieme all’invecchiamento della popolazione e alla mancanza di specifiche figure professionali per i settori più innovativi, secondo il report, è proprio l’attrazione dei talenti un elemento importante per trovare delle soluzioni in un mondo del lavoro sempre più mutevole. I risultati di questo studio sono interessanti e per certi versi offrono molti spunti di riflessione.

Vediamoli insieme.

Come incentivare la mobilità

Chi decide di emigrare e cercare lavoro altrove considera molti fattori. Ad esempio quelli che rendono molto attraenti gli Stati Uniti d’America, sono la lingua e la cultura. La conoscenza della lingua rappresenta un vantaggio e uno stimolo per chi decide di emigrare. Anche la facilità nell’apertura di un’impresa rappresenta un incentivo a preferire un paese rispetto ad un altro. Salari alti e stili di vita pesano anche sulla decisione, ma entrano in gioco in un momento successivo alla scelta di emigrare rispetto alle opportunità in termini di sviluppo professionale, secondo quanto evidenziato nella ricerca.

Il report, oltre a queste considerazioni, evidenzia un fattore chiave per l’attrazione di talenti che spesso viene dimenticato: l’insieme di buone pratiche di gestione del personale. Soprattutto i giovani, si legge nello studio, cercano un ambiente in cui fare carriera con rapidità e imparare nuove competenze. Sono questi gli obiettivi che li spingono a spostarsi.

Per queste ragioni chi decide di cambiare nazione per fare carriera presta attenzione alle opportunità di crescita e di formazione che sono offerte ai lavoratori e a quelle culture in cui è maggiormente valorizzato il merito e non le conoscenze familistiche. L’elemento caratteristico e comune delle nazioni attraenti per i talenti, secondo il GTCI, è il focus sullo sviluppo dei dipendenti. Le società gestite in maniera più professionale sono per lo più le multinazionali, che si differenziano così da quelle pubbliche e da quelle di stampo famigliare. Sono proprio le multinazionali a fornire molti esempi in materia di buone pratiche di gestione del personale. Anche se, negli ultimi decenni, viene spiegato nel report, tante società hanno delegato al sistema scolastico l’onere di sviluppare e formare i talenti. Ed è anche il sistema scolastico a giocare un ruolo importante nell’attrarre i talenti, soprattutto i più giovani.

I paesi più bravi nell’attrarre i talenti

Secondo la classifica 2015-2016 del Global Talent Competitiveness Index, il paese più bravo nell’attrarre i talenti è la Svizzera, seguita da Singapore, Lussemburgo e Stati Uniti d’America. L’Italia purtroppo si posiziona soltanto al 41esimo posto. Le ragioni di questo ranking così basso, secondo la ricerca, sono correlate al panorama normativo ma anche a uno dei più bassi tassi al mondo di cooperazione tra lavoratori e datori di lavoro. Perciò resta da fare ancora molto per diventare una nazione appetibile per i talenti esteri.

Secondo il report, la ricetta che le nazioni devono seguire per attrarre i talenti e conservarli prevede tanti investimenti in formazione, anche quella attitudinale, sviluppo di centri di conoscenza, semplificazione delle regole e incoraggiamento alla mobilità dei lavoratori. Le aziende, dal canto loro, devono promuovere la meritocrazia, investire in formazione e sviluppo delle competenze digitali e creare una cultura della mobilità e della diversità. Il resto devono farlo le persone, sviluppando un network internazionale, intraprendendo esperienze all’estero e accrescendo le cosiddette “soft skills”.

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