I giovani preferiscono la ristorazione: lo dice il Censis

Crescono il numero delle libere professioniste e dei giovani titolari d'impresa, ma molto resta ancora da fare. Soprattutto per le donne

Del corposo documento presentato ieri dal Censis (che ha dato alle stampe il “49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese”), abbiamo scelto di analizzare il capitolo che riguarda il lavoro e le professionalità. Evitando di intrattenerci sui tassi di occupazione e disoccupazione – dei quali, del resto, ci informano periodicamente anche altri istituti – cerchiamo qui di comprendere quali sono le dinamiche che interessano i giovani lavoratori e quali le categorie che, secondo i tecnici, rischiano di più.


giovani

L’indagine del Censis ha rilevato che i giovani lavoratori autonomi italiani hanno raggiunto quota 941 mila: il numero più alto tra i principali Paesi europei (dietro di noi si posizionano sia gli inglesi che i tedeschi). Una “sete” di impresa che sembra destinata a prolungarsi, visto che il 15% dei giovani interpellati dal centro ha dichiarato di avere intenzione di avviare una start up nei prossimi anni. Di più: dal 2009 ad oggi, il numero dei giovanissimi titolari d’impresa è aumentato di 7 mila unità, coinvolgendo settori ben precisi come quello della ristorazione e della ricettività nei quali gli under 30 hanno scelto di puntare di più. E veniamo al capitolo dedicato al “gentil sesso”: secondo il Censis, il numero delle libere professioniste è aumentato, dal 2008 al 2014, di 100 mila unità raggiungendo quota 426 mila. Ma molto resta ancora da fare, soprattutto sul piano dell’assistenza e del sostegno. Il 42,7% delle libere professioniste che hanno dovuto affrontare “crisi” di vario tipo (da problemi di salute a difficoltà familiari passando per la maternità) si è, infatti, visto costretto a ridurre la propria attività lavorativa e il 18,8% ha dovuto addirittura sospenderla.

Quanto alle categorie professionali passate al setaccio dal Censis, la rilevazione ha evidenziato che, negli ultimi 4 anni, il numero di operai e artigiani è sceso di 600 mila unità, mentre quello del personale non qualificato e degli addetti a categorie professionali medio-alte è aumentato rispettivamente di 180 mila e 100 mila unità. E le cose non dovrebbero cambiare più di tanto nel futuro: le previsioni prefigurano infatti buone opportunità per i dirigenti e per i professionisti intellettuali, scientifici e tecnici. Mentre in ulteriore flessione sono date le “quotazioni” di artigiani e operai, ma anche quelle dei lavoratori impiegati nell’agricoltura.



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