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Mar22052012

Ultimo aggiornamento10:55:47 AM

Mettersi in proprio: miniguida ricca di riflessioni e spunti


Mettersi in proprio rappresenta oggi, più di ieri, un atto di coraggio, un gesto importante, di grande valore simbolico e di impatto sociale. Purtroppo, il nostro paese, non riconosce questi valori socio-economici e l’intera impalcatura burocratica non solo non favorisce la libera iniziativa ma addirittura ne frena e qualche volta ne ostacola l’avvio.
Al  fine di fornire alcuni importanti spunti di riflessione, traccio qui di seguito, quelli che a mio modesto avviso rappresentano i passaggi nodali che vanno in ogni caso tenuti in debita considerazione.  

Business Plan

Prima di avviare una attività è meglio mettersi seduti, riflettere,  fare quattro conti, e vedere se il gioco vale la candela. Detto in termini moderni economico-gestionali, si deve predisporre un “business-plan”, ovvero un preciso piano finanziario e non solo che può essere elaborato anche da soli ma io sconsiglio sempre il “fai da te”, mentre il contributo di uno studio di consulenza è quello che assicura maggiori garanzie sotto tutti i punti di vista.
Il business plan traduce in termini reali i costi iniziali, gli investimenti, gli ammortamenti, la produzione, i ricavi, gli oneri finanziari, sociali, contributivi e soltanto attraverso questi parametri è possibile stabilire se sussistono le condizioni “oggettive” per partire e realizzare il proprio sogno.     


Capitale iniziale


Innanzitutto ci sono le questioni  finanziarie, ovvero la disponibilità di un capitale iniziale sufficiente per muovere i primi passi ( start-up) come ad esempio l’acquisizione di un locale o di un immobile ove esercitare una qualsiasi l’attività,
L’acquisto di beni strumentali, materie prime, ecc.ecc. Quindi non è possibile iniziare una attività se non si ha almeno un minimo di capitale “proprio”.
Prima di indebitarsi con mutui bancari è bene verificare se vi sono, come ci ricorda Bianco Lavoro, agevolazioni o incentivi pubblici. Camere di Commercio, associazioni professionali e di categoria, svolgono in questo senso un ruolo molto importante per cui è opportuno cogliere al volo queste opportunità che fanno risparmiare gravosi interessi passivi applicati dalle banche le quali preferiscono ormai investire nell’alta finanza anziché sostenere le attività economico-imprenditoriali.


Locali a Norma


Circa i locali su cui avviare l’attività è bene sapere sin dall’inizio che questi debbono essere a norma sia dal punto di vista della destinazione d’uso (urbanistica) sia per quanto concerne le norme igieniche sanitarie.
Pertanto i principali documenti da verificare sono l’agibilità, la destinazione d’uso, il certificato antincendio, la conformità dell’impianto elettrico, idrico, servizi igienici, rete del metano, i depuratori sia delle acque reflue che delle emissioni in atmosfera. Oggi i controlli sulle emissioni sono molto severi e gli impianti di abbattimento sono molto costosi. Pertanto non sottovalutare questi aspetti e verificare la sussistenza certosina di questi presupposti.

Aspetti burocratici

Francamente non conosco attività esenti da farraginosi passaggi burocratici. Generalmente, gli enti pubblici sempre pronti a creare problemi sono: i Comuni, le AUSL, la Provincia, la Regione e naturalmente i Ministeri. Molti stranieri avviano attività a volte anche complesse e rischiose infischiandosi delle norme e dei controlli. Per loro chiudere e riaprire sotto diversa ragione sociale non rappresenta alcun problema. Di fatto, i controlli sono limitati agli operatori italiani per il solo motivo che rispettano tutti i vincoli e passaggi burocratici, mentre molti stranieri, non tutti, ma moltissimi, operano in violazione delle leggi nazionali e dei regolamenti regionali, provinciali e comunali.
Ciò è reso possibile dal caos burocratico che regna nel nostro paese. Basterebbe lo sportello “unico” delle attività autonome e produttive e l’organo “unico” di autorizzazione, controllo e verifica  al fine di snellire tutte le procedure di avvio e di inizio attività. Se dovessi qui, elencare tutti gli organi di vigilanza e controllo oggi attivi in Italia, non mi basterebbe nemmeno l’intero sistema operativo di “google”.
Camere di Commercio,  associazioni di categoria e studi  professionali rappresentano pertanto i soli  punti di riferimento per tutti coloro che intendono mettersi in proprio senza girare a vuoto da un Ufficio all’altro.

Aspetti commerciali

Chi non vanta una lunga gavetta sul campo,  ignora molto spesso gli aspetti commerciali della sua attività. Produrre, esercitare una professione è importantissimo ma è altrettanto importante  la visibilità, la clientela, la vendita e purtroppo oggi dobbiamo aggiungere anche la “riscossione” , si perché riscuotere un pagamento è ormai un evento raro da veri fortunati.
Aprire, avviare,  produrre è possibile ma non è facile vendere e quasi impossibile riscuotere poiché  persino gli enti pubblici non sono più in grado di pagare entro termini accettabili per mancanza di liquidità, di fondi immediatamente disponibili.     
Molti produttori, pur di non perdere o abbandonare un cliente al suo destino, lo finanziano, vale a dire continuano  a rifornirlo anche quando le sue condizioni  sono ormai definitivamente compromesse. I clienti, quelli veri, vanno certamente sostenuti ma lo “scoperto” non può mettere a rischio la solidità di una azienda.
L’interconnessione tra produzione, vendita e  riscossione  determina la sopravvivenza di una qualsiasi attività autonoma quindi, anche da questo punto di vista, fare molta attenzione e mantenere un equo rapporto tra fornitura e scoperto. La posizione debitoria del cliente non può minare i giusti parametri gestionali di una qualsiasi azienda.    

Aspetti reddituali-fiscali

Il fine ultimo di ogni imprenditore è il reddito. Qui, in questa sede, non parleremo di reddito dal punto di vista ragionieristico e contabile, ma affronteremo la questione dal punto di vista sostanziale, privato,  personale, familiare. Sotto questi aspetti per reddito, o utile netto,  il sottoscritto intende ciò che effettivamente un imprenditore o lavoratore autonomo riesce mensilmente a riscuotere per i propri bisogni personali e familiari. Se l’attività non “tira” e non assicura questo fabbisogno finanziario è meglio chiudere subito prima che sia troppo tardi.
Anche se le esigenze economico-finanziarie variano da soggetto a soggetto, oggi il minimo vitale per vivere, per un single, si attesta intorno alle 1.500-2.000 euro al mese per cui,  anche per un imprenditore  l’utile netto annuo, non può essere inferiore alle 20-25.000 euro all’anno che corrispondono,....attenzione…..attenzione….a un volume di affari non inferiore alle 200-250.000 euro/anno.
In Italia, chiunque intenda avviare una attività autonoma, deve sapere che la pressione fiscale diretta, indiretta, regionale, comunale, va oltre il 50-60% per cui i margini reddituali netti sono bassi, molto bassi e la via dell’evasione fiscale non è la strada giusta da percorrere anche perché non fa che aggravare ulteriormente la situazione. Il sottoscritto che si onora di dare assistenza a molti imprenditori è solito dire…che se gli spacciatori di droga fossero costretti a tenere la partita IVA smetterebbero di spacciare.
Ecco allora l’importanza del “business-plan”. Prima di avviare una attività fare bene i conti e non lasciare nulla al caso e alla improvvisazione.  

IVA: Imposta sul Valore Aggiunto

Se non si ha un’idea chiara di cosa significhi attendere agli obblighi fiscali e tributari è meglio non tentare  l’avventura autonoma. Molti pensano che l’IVA, mediamente intorno al 19-20%, rappresenta un ricavo lordo mentre tutti dovrebbero sapere che l’IVA è un’imposta indiretta che si riscuote per conto dello Stato. Quindi l’imprenditore è una specie di esattore che alla fine dell’anno fiscale “tira le somme” in gergo dicesi “ventilazione”  tra iva pagata sugli acquisti e iva riscossa sulle vendite.  Se l’iva riscossa sarà maggiore di quella pagata ci sarà il versamento del dovuto in caso contrario si andrà a credito. Se così non fosse ci sarebbe “appropriazione indebita” di IVA con tutte le conseguenze erariali e penali previste dalle norme vigenti.
Pertanto bisogna smetterla di piangersi addosso con la storia dell’IVA perché  si tratta di una partita di giro che lo Stato affida al lavoratore autonomo invitandolo a riversare soltanto il maggior valore riscosso, nulla di più……..nulla di meno. L’IVA non è un ricavo né in Italia, né in Francia né in Germania e in nessun paese Europeo.

Conclusioni

Oggi avviare un’attività autonoma è molto difficile e soprattutto è molto costoso. Gli aiuti di Stato sono pressoché inesistenti, il più delle volte bisogna mettere mano al portafoglio e pagare di tasca propria. Prima di partire a testa bassa è meglio consultarsi con un bravo consulente,  predisporre un “business- plan” molto accurato, articolato, analitico, dettagliato. Prevedere capacità produttiva, sbocchi commerciali, volumi di affari, pressione fiscale, utile netto di esercizio. Soltanto così si potranno ridurre al minimo i sempre possibili rischi di “default” o di fallimento. Occhi….aperti.


Opinione di Marco F. della Redazione di Bianco Lavoro

 

Complimenti a Renzo di Napoli che ancora una volta ci stupisce con un articolo “bomba” partendo dai presupposti di come le cose “davvero sono” e non come “dovrebbero essere” o “vorremmo che fossero”. Consigli chiari di fronte a situazioni reali e non solo teoriche.

Una sola cosa teniamo a non appoggiare (o volendo essere tecnici: a prendere le distanze): Molti stranieri avviano attività a volte anche complesse e rischiose infischiandosi delle norme e dei controlli. Per loro chiudere e riaprire sotto diversa ragione sociale non rappresenta alcun problema. Di fatto, i controlli sono limitati agli operatori italiani per il solo motivo che rispettano tutti i vincoli e passaggi burocratici, mentre molti stranieri, non tutti, ma moltissimi, operano in violazione delle leggi nazionali e dei regolamenti regionali, provinciali e comunali.

Insomma, non crediamo che gli stranieri se ne infischino delle norme e dei controlli più degli italiani, e nemmeno crediamo che per gli stranieri sia più semplice chiudere e riaprire rispetto agli italiani. Non sappiamo di alcuna statistica ufficiale che dimostri che i controlli siano limitati agli operatori italiani.

Piuttosto credo che per molti sia una scusa o una facile giustificazione per lamentarsi del fatto che molti stranieri conquistano quote di mercato! Nella maggior parte dei casi questo è dovuto alla loro grande flessibilità, costanza e sacrificio. Guardiamo ad esempio quanti negozi e negozietti di pakistani ed indiani sono aperti 24 ore al giorno, lavoratori presenti instancabilmente tutte le notti anche i giorni di festa. Guardiamo quanti parrucchieri cinesi sono riusciti con poche chiacchiere a conquistare clientela, con prezzi bassi, qualità alta, velocità e prodotti (nonostante i concorrenti italiani sostengano il contrario) della stessa qualità dei loro colleghi italiani.

Poi certamente molti di questi stranieri sanno farsi valere molto più di noi italiani, personalmente ho visto in molte occasioni piccoli imprenditori o artigiani marocchini, cinesi, romeni, che in Camera di Commercio o all'Agenzia delle Entrate si piazzano allo sportello e non vanno via finchè le loro pratiche non sono risolte... molti italiani invece sono abituati a subire le vessazioni dell'ente pubblico, vanno via, tornano, fanno altri documenti, vengono mandati ad altri sportelli, etc...

Qualche mese fa è scoppiato in romagna il caso “divanopoli” in cui: tutti uniti a dimostrare che i cinesi fanno prezzi stracciati con il lavoro nero e mandano in crisi i concorrenti italiani...

Peccato però che proprio la romagna ha avuto il suo successo negli ultimi decenni con il turismo proprio facendo prezzi stracciati, sfruttando alla grande il lavoro nero (spesso degli stranieri, tanto che ora si sono costituite delle associazioni a difesa di essi) ed addirittura approfittando della vicinanza alla Repubblica di San Marino per “riciclare il nero” (San Marino è di recente entrata nella black list proprio per questi motivi...).

Insomma, certe cose ci fanno comodo finchè le facciamo noi italiani, per poi gridare allo scandalo quando gli stranieri si adattano ai nostri “cattivi costumi”.

 



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Commenti  

 
#5 Aldo 2010-11-05 09:57
Estrapolerei alcune considerazioni dell'estensore dell'articolo: in particolare va tenuto presente che le Regioni, lo Stato ed altri enti pubblici offrono consistenti contributi a fondo perduto a chi vuole iniziare una attività in proprio. Inoltre è ben vero che per certe funzioni (in particolare aspetti contabili e di bilancio) si è costretti a sostenere una spesa non indifferente dal commercialista, tuttavia su altri argomenti possono intervenire col proprio supporto consulenziale appositi organi delle Camere di Commercio. Insomma, per chi vuole cominciare una propria attività di aiuti ce ne sono...!
Il bell'articolo sul "Baby Park" offre un interessantissi mo esempio di impresa per giovani; ma anche su temi più tipicamente industriali gli incentivi possono essere numerosi.
 
 
#4 Gian Paolo 2010-11-05 05:12
Egr.Sigg.
Vi ringrazio di darmi la possibilità di esprimermi.
Sono in proprio da molto tempo dopo una esperienza in multinazionali. L'insieme di queste esperienze mi ha portato ad una conclusione. Vorrei esprimerla come un sasso in uno stagno senza entrare nei particolari sperando di dare luogo ad una discussione:
"Ben venga la capacità degli italiani nell'inventivit à e nella iniziativa dei singoli. Purtroppo nella attuale situazione economica e di mercato, se, ciò, permette al singolo di sopravvivere, non basta per creare numeri economicamente significativi. Risulta, in questo momento, necessaro creare gruppi che collaborino contemporaneame nte nelle varie attività necessarie a creare un prodotto e a metterlo sul mercato in tempi rapidi. Purtroppo la rapida evoluzione tecnologica e la elevata competitività rende necessario entrare nel mercato entro circa sei mesi dal momento in cui si ha una idea innovativa. Dopo tale tempo la concorrenza è forte e i prezzi scendono.
Sono necessari prodotti in grossi numeri permettendo di imporsi nel maercato, creando disponibilità economiche e quindi possibilità di investimenti per nuovi prodotti".
GP
 
 
#3 maria 2010-11-05 00:36
secondo me chi ci ricava qlcs è solo lo stato a mettersi in proprio proprio perchè le entrate di ogni imprenditore sarebbero maggiori dei servizi e degli incentivi che lo stato potrebbe mettere a nostra disposizione. Alla fine è solo una presa in giro.
Bsognerebbe che la politica riducesse le proprie entrate, e non di una minima cifra, investire nel sociale aiutando il popolo italiano in difficoltà.
Fintanto che al governo ci sarà un "gheddafi" secondo me non si arriverà mai a qls svolta si voglia prendere in italia.
Non dico ciò per essere disfattista, ma la realtà dei fatti non si può nasconderla in un cassetto e far finta che non ci sia.
 
 
#2 fabio 2010-11-04 21:47
salve atutti,io ho 47 anni e da marzo di quest'anno sono disoccupato ma sono del tutto,o in gran parte cntrariato quando leggo che noi nel nostro paese dovremmo assoggiettarsi alla filosofia cinese o pakistana o indiana ecc..la quale insegna che si vive x lavorare:fortun atamente siamo latini.vorrei anche aggiungere che le leggi di questa legislatura consentono agli stranieri(e si vedono tutti igiorni x la strsda)di essere sfruttati xche'chi li porta al lavoro se sono esempio 10 state certi che assicurati ve ne sara' al massimo 2 estate altrttanto certi che in caso di infortunio il nominativo sara' senz'altro di uno di loro.conludo con la supplica e la speranza di non sentire piu' affermazioni del tipo :gli extracomunitari svolgono lavori che gli italiani rifiutano di svolgere.MENZOG NE!!!! con l'occasione porgo distinti saluti.
 
 
#1 renzo 2010-10-18 19:33
Marco condivido le tue considerazioni.
Molti stranieri presenti nel nostro paese si stanno sacrificando moltissimo così come noi italiani ci sacrificavamo negli anni '50, '60. Oggi la globalizzazione sta sconvolgendo il mondo del lavoro e per i general genericiovvero quelli senza una professione, senza un mestiere, senza una qualifica, senza voglia di sacrificarsi i tempi saranno sempre più difficili anche perchè le false pensioni
di invalidità stanno per finire.
Un preciso messaggio voglio però inviare all'Ufficio Ispettivo dell'INPS, non possiamo accettare la ,liquidazione di false indennità di disoccupazioni agricole a lavoratori italiani e stranieri mentre questi lavorano in nero per gli stessi datori di lavoro disonesti.
 

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